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Carisma della guarigione della memoria

SPIRITO SANTO E GUARIGIONE DELLA MEMORIA

di A. Alberta Ricci

«Se uno è in Cristo, è una creatura nuova: l’uomo vecchio è sparito, ecco, è sorto il nuovo» (2 Cor 5,17).

Per creare questo “uomo nuovo”, occorre che il “vecchio” non ci sia più e che neanche il suo ricordo possa continuare a limitare la vita nuova, né che una “memoria malata” possa indurre ancora a scelte secondo il mondo.

È lo Spirito Santo che viene a ricostituire in unità l’intimo di ogni uomo: come a Pentecoste ha ricondotto in unità gli uomini (da Babele a un unico linguaggio), allo stesso modo opera nella dispersione e conflittualità di ricordi, emozioni, desideri (presenti in una sola persona), riconducendo questa interiorità divisa e malata a un nuovo equilibrio, fatto di armonia.

Noi dobbiamo tornare ad essere, come Israele, “popolo della memoria” e custodire perennemente il ricordo della misericordia di Dio per noi. Allora saremo guariti veramente nei nostri ricordi umani dolorosi, per essere riempiti di potenza profetica.

Non è solo il nostro corpo che può ammalarsi e che può avere bisogno dell’azione sanante di Gesù. Forse le sue sofferenze e i suoi malanni sono più facili da individuare e da offrire. È ancora semplice dire al Signore: «Ti dono questa mia infermità, questa disfunzione; se Tu lo vuoi, puoi guarirmi!», perché questi mali li vediamo per lo più come un qualcosa che non ci appartiene: un “incidente” in cui siamo incorsi, esterno a noi e che ci troviamo a subire nostro malgrado.

Più difficile è riconoscere le ferite che portiamo nella nostra sfera interiore, nel nostro spirito, nei nostri ricordi. E non solo perché di esse non sempre ci rendiamo conto (non tutto si svolge infatti a un livello consapevole); ma perché con queste esperienze, sebbene traumatiche, sebbene dolorose, abbiamo “costruito” la nostra vita: il nostro modo di essere, il nostro carattere, la nostra storia… tutto si è venuto via via intrecciando anche con il contributo di questi limiti e di queste povertà.

Ce ne accorgiamo magari con maggior chiarezza negli “altri” accanto a noi, quando di taluni comportamenti ci sembra di intuire le cause. Quante persone vediamo che, senza motivo apparente, sono oppresse da una continua tristezza, ripiegate su se stesse, sempre pronte ad autocompiangersi o ad “accaparrare” le cose, nell’inutile ricerca di un surrogato d’amore; creature perennemente insicure, diffidenti, avide. Oppure eccessivamente timide, chiuse agli altri, rinunciatarie, così da non mettersi nelle condizioni di prendere “altre” fregature; superemotive o gelide; alla continua ricerca di stordimento e di evasione o ripiegate cupamente sempre sullo stesso problema. Malate di incredulità o di idolatria, perché rimaste “bloccate” a un’esperienza limitata e distorta di questo mondo sensibile, incapaci di riconoscere ciò che lo supera e lo trascende; o invece di fede, ma erroneamente convinte che certe prostrazioni interiori siano la “croce” che devono portare, una croce però che, contrariamente all’insegnamento evangelico, non dona pace e resurrezione, né a loro né a quanti le circondano.

Quante persone “attorno a noi”…

Talvolta in Comunità ne ascoltiamo anche le testimonianze di guarigione; e allora, in quel momento, una particolare illuminazione dello Spirito può farci comprendere “dove” anche noi abbiamo bisogno di guarigione interiore; che certi nostri affanni, paure, insicurezze, non sono una nota costitutiva che dobbiamo necessariamente portarci dietro per il resto della vita; che l’aggressività che mostriamo così spesso nostro malgrado può essere guarita, non è un’ineluttabile caratteristica della nostra famiglia; che quell’angoscia che ci fa temere per ogni avvenimento futuro ha radici nel passato, ma può guarire oggi, al presente; se lo vogliamo e se lo chiediamo. A Gesù, attraverso la sua Chiesa.

Uno dei contributi più grandi offerti dal risveglio carismatico di questi anni è stato proprio l’accento posto sull’opera di guarigione integrale che Gesù è venuto ad operare in favore dell’uomo e di tutto l’uomo (spirito, anima, corpo, pensieri, emozioni, ricordi…).

Non ci sono aree della vita dell’uomo che Gesù non voglia e non possa sanare, non ci sono avvenimenti così lontani nel tempo che Lui non possa raggiungere o che “ormai” è inutile presentargli. Lui è il Signore del tempo e può guarire “ora” quelle ferite del passato che continuano a farci soffrire e a condizionare pesantemente la nostra vita.

Non è per questo che ci ha lasciato il suo Spirito? Perché, nello Spirito, fossero superati tutti i confini e tutte le barriere, di ogni luogo e di ogni tempo (di quello passato e di quello che verrà), e il credente di “oggi” fosse reso “contemporaneo” alla sua azione salvifica: “ora”, per la presenza del suo Spirito invocata sui Sacramenti, questi sono per noi vero cibo di salvezza; “ora” tutta l’Azione liturgica della Chiesa trasforma davvero l’offerta del pane e del vino in “memoriale”: non ricordo di un evento passato, ma l’evento stesso che si rinnova, che si ripresenta vivo e reale a comunicarci la vita e ad anticipare i beni futuri, quando vivremo la piena comunione con Cristo nel suo Regno!

È lo Spirito che, per così dire, annulla la distanza del tempo, proiettando l’uomo nell’eternità; e lo fa operando attraverso le vie ordinarie, quali sono appunto la Liturgia e i Sacramenti, ma anche attraverso vie straordinarie, cioè le azioni carismatiche donate a una Comunità che prega.

Moltissime esperienze che il Rinnovamento Carismatico ha visto maturare nel suo seno, sia nella semplice lode comunitaria, magari vissuta in adorazione presso il Santissimo, sia in momenti più specifici di preghiera personale con l’imposizione delle mani.

Quello che occorre tener presente, in tutti i casi, è che è lo Spirito il protagonista, Lui il promotore di questo “ritorno al passato”, Lui che elargisce tutti i doni necessari, di conoscenza e di profezia, di liberazione e di guarigione, di contrizione del cuore e di offerta, affinché la creatura che ne ha bisogno possa essere raggiunta nell’intimo, fin dove nemmeno sa di avere bisogno, per essere sanata. È Lui il solo che può “scrutare i cuori”; gli uomini non devono far altro che seguirlo nella sua azione, pieni di stupore, di mitezza e di rispetto.

Soprattutto quando queste guarigioni avvengono in un contesto ristretto, di poche persone. Se lo Spirito opera in una grande assemblea è più facile orientare solo a Lui lo sguardo; ma poi la guarigione così iniziata può aver bisogno di proseguire anche attraverso il Corpo mistico, cioè i fratelli, e allora c’è davvero bisogno di implorare tutti insieme la grazia di una grande purezza e dell’ascolto, perché un incontro di preghiera e di offerta rimanga davvero e unicamente tale e non rischi di trasformarsi magari in una seduta psicoanalitica o altro.

Intanto perché noi non siamo degli esperti di analisi, i quali sanno come aiutare il paziente a fare un viaggio di ritorno nella sua vita passata, e perciò non combineremmo che guai; ma soprattutto perché non è questo che un fratello che cerca l’intervento di Dio nella sua vita sta chiedendo a una Comunità che prega. Tuttavia, se a noi non compete condurre un’analisi, agli analisti credenti compete la preghiera! Come testimoniò la psicologa Michèle Greischar al “Seminario internazionale sulla guarigione” (condotto dal R.C. nel 95), la quale aveva avuto modo di costatare come, fra i suoi pazienti, quelli che si erano sottoposti a una terapia fatta anche di preghiera, erano guariti ben più rapidamente degli altri.

Nell’offerta sincera

Che cosa possiamo, che cosa dobbiamo fare noi, dunque?

Intanto essere lì, in preghiera; uniti, nella piena comunione con Cristo, con la Chiesa tutta, con il fratello che ha bisogno d’amore (quello di Gesù, attraverso il nostro); con fede, perché nulla è impossibile per chi crede.

E poi pian piano, come lo Spirito ispira, condurre ai piedi di Gesù tutta la vita del fratello, quasi fosse un mantello steso sulle vie di Gerusalemme la domenica delle Palme, perché il Signore possa percorrerlo. Alcuni avvenimenti forse diverranno chiari, perché il fratello ne ha la consapevolezza o perché ci viene donata una parola profetica di conoscenza; altri aspetti forse non emergeranno con altrettanta chiarezza: non serve che “scaviamo” o indaghiamo, ma li offriamo, gli uni e gli altri, a Gesù.

Curiamo che sia il fratello soprattutto, con la sua propria voce, a fare questa offerta:

  • di ogni momento della sua vita passata, fin da quando era nel seno di sua madre, quando è venuto alla luce, degli anni dell’infanzia, quelli di maggior fragilità e bisogno d’amore, un bisogno rimasto forse inappagato o distorto; della sua adolescenza, dei primi turbamenti, degli scandali e dei rifiuti subiti, della non accettazione del proprio corpo e della propria sessualità; delle amicizie tradite, delle delusioni e delle ingiustizie ricevute; del matrimonio, dell’essere padre o madre, delle incomprensioni e degli inganni, fino alle lacerazioni più profonde; anche di quelle vissute in Comunità, dove torniamo ad essere senza difese, “affidati” agli altri come eravamo da bambini, e perciò più vulnerabili;

  • di ogni sentimento provato in risposta a queste ferite, principalmente di quelli negativi, rimasti sepolti come un tarlo in fondo al cuore; perché non è solo il male ricevuto che ci ha danneggiato, ma ancora di più quello che abbiamo ricambiato noi, sebbene per reazione, per difesa, per “non morire”;

  • di ogni proposito violento e di ogni giuramento che abbiamo “legato” a quei momenti e che a loro volta ci hanno “legato”: «Quando sarò grande ti farò vedere io… mai più, per me sei morto…!»;

  • di ogni peccato, veniale o mortale, commesso di conseguenza, senza attribuirne più la responsabilità all’altro, senza più autogiustificazioni: «Ho peccato, Padre! Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto». È un segno che lo Spirito è venuto, quando “siamo convinti riguardo al peccato” e resi capaci di implorare il perdono di Dio!

Ed è uno dei “capolavori” dello Spirito che, invocato per un bisogno concreto, atteso per una guarigione, viene a donare di più, offrendo la salvezza tutta intera e le condizioni per ottenerla. Quante volte infatti il fratello che ha chiesto la preghiera per un male subìto scopre il male commesso, aprendosi a un’azione di grazia ancora più grande attraverso la successiva confessione sacramentale. Quante volte la guarigione interiore, la revisione di vita, l’esame di coscienza finiscono per aprirsi la strada l’un l’altro, arrivando a una “purificazione della memoria” nuova e profonda, come forse il fratello non aveva mai vissuto; quella stessa “purificazione della memoria” a cui il Papa con il Giubileo sta invitando tutta la Chiesa, ma che, per tradursi realmente in un’efficace azione comunitaria, deve riguardare contemporaneamente ogni cristiano.

Nella fede, nel perdono e nell’impegno

E mentre offriamo, crediamo; crediamo noi per primi e aiutiamo il fratello che deve guarire a fare il suo atto di fede, esortandolo ad affermare, anche con la sua voce:

  • che Gesù non era lontano da lui, neanche in “quel” momento: Lui è l’onnipresente, e non ci abbandona, in nessuna circostanza della nostra vita;

  • che non c’è situazione che Gesù non possa o non voglia sanare; dipende solo da noi rinunciare a quei limiti che gli abbiamo opposto per timore, vergogna o risentimento, perché da parte sua il Signore non si tira indietro davanti a nessuna situazione, la più umiliante, tragica, vergognosa, così come non si è sottratto nemmeno di fronte alla morte;

  • Egli era dunque lì, in quella vicenda triste, dolorosa o squallida, e aveva compassione di questo nostro fratello… ma aveva compassione anche di chi gli stava facendo del male! (Come si fa a comprendere un Dio che, pur nella sua immensa giustizia, non ha figli da perdere?!); e questa compassione “ora”, come allora, si posa, avvolge, sposa ogni creatura per guarirla; “ora” risale a bonificare tutto il suo passato, donando nuova grazia al presente.

Qual è questa grazia? Quella che non siamo più capaci perciò di gustare questa ritrovata misericordia del Signore continuando ad esigere, nello stesso momento, la restituzione di quanto “ci era dovuto”. Perdonati, perdoniamo:

  • il “nemico” non più tale, non fosse altro perché il debito che non rimetto è una “tara” sul condono che chiedo per me;

  • me stesso, che non sono stato allora in grado di… che ho fallito, che ho peccato… che ho lasciato trascorrere anche tutto questo tempo prima di lasciarmi guarire…

  • il Signore, che non è intervenuto “allora”… che ha permesso che quelle cose mi accadessero.

Spesso è un perdono dato con fatica, che ci sembra rimanga ancora a fior di labbra; non fa niente, diamolo come sappiamo, dicendo onestamente al Padre: «Più di così non riesco, aiutami»… e poi diamolo di nuovo, e di nuovo ancora, senza lasciarci scoraggiare, finché ci scenderà nel cuore. E poi diamo forza e verità a questo gesto, lo ripeto, con il Perdono sacramentale, aperti a un’esperienza nuova dell’efficace azione di salvezza e guarigione interiore presente in ogni Sacramento.

Sarà più facile allora prendere un impegno serio, vero (perché radicato nella Chiesa e sostenuto dalla potenza dei Sacramenti, dalla Parola, dalla preghiera e dai fratelli) a vivere una vita nuova in Cristo. Perché non basta ricevere una sola liberazione o una guarigione interiore, se poi non cerchiamo concretamente nuove vie e nuovi stili di vita; in quanto le cattive abitudini, che dei ricordi dolorosi si sono nutrite e sui quali si sono così ben radicate, finirebbero inevitabilmente per prendere di nuovo il sopravvento.

Nella potenza profetica

C’è infine un’ultima considerazione da accogliere e vivere, se davvero vogliamo guarire fino in fondo nella nostra interiorità: noi dobbiamo sostituire alla memoria dei ricordi umani, soprattutto di quelli più dolorosi, la memoria degli interventi divini! Di quelli in nostro favore, come di quelli che hanno costellato tutta la storia della Salvezza.

Shemà, Israele… “Ascolta!”, ma anche “Ricorda!”: «Guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto; non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita… le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli…» (Dt 4,9).

Noi dobbiamo tornare ad essere, come Israele, “popolo della memoria”: perché nulla di quanto il Signore ha operato per i suoi vada perduto; ma anche perché chi si “allena” a questa memoria è perciò stesso guarito anche nei suoi ricordi! Quando non “custodiremo” più il ricordo dell’offesa umana ricevuta, ma il ricordo della misericordia di Dio per noi, e, al posto di rimanere “prigionieri del tempo”, verremo “proiettati nell’eternità”!

È una memoria che dona la sapienza: che fa guardare al passato, ma per meglio comprendere il presente e slanciare perciò verso il futuro. Solo chi ha questa memoria, infatti, solo chi è in armonia con il suo passato

  • può accogliere in modo libero la voce dello Spirito che “annuncia cose nuove”: il vino nuovo, lo sappiamo, non viene versato in otri vecchi;

  • può riconoscere queste cose proprio come provenienti dallo Spirito, senza inscatolarle in categorie già conosciute («Ah, già so dove andiamo a parare…»!);

  • e, di conseguenza, arriva a “possedere già”, in qualche misura, i beni ancora “più futuri”, ossia le realtà del Cielo.

Ma ancora non basta: solo chi è aperto alla “novità dello Spirito” e ai “beni futuri” sa poi fare veramente “spazio al fratello”, sa cioè accoglierlo, valorizzarlo, mandarlo “avanti a sé”!

In che senso? Perché colui che rimane “prigioniero del passato” tenderà sempre a vedere il “futuro di Dio” lontanissimo da sé: «Sì, questi compiti coinvolgeranno anche le generazioni che verranno… ma chissà “quali” sono queste generazioni… e “quando” verranno…». Chi è libero sa invece che queste “generazioni nuove”, ossia questi “uomini e donne rinnovati”, sono i figli della Chiesa, della Comunità, che sono “oggi” accanto a noi.

Ma non solo i “figli”; sono i “fratelli”, “oggi” accanto a me.
Chi è guarito nella memoria, ha Dio presente nella sua memoria!

Dio ha posto la sua dimora nei suoi pensieri e può perciò con più facilità parlargli e donargli la sua visione delle cose, al presente e per il futuro. Può fare di lui un profeta, profondamente “libero” (anche dal rumore dei suoi ricordi e dal peso dell’idolatria delle sue sofferenze) per condurre altri alla stessa liberazione.

Se, come scriveva S. Basilio nel IV secolo, i principianti e gli infedeli, che entrano per la prima volta in un’assemblea di preghiera, non si sentono convinti né giudicati da una parola profetica, vuol dire che in quella Comunità qualcosa si è fermato, non funziona; perché, dove c’è penuria di “santità e potenza profetica”, c’è penuria dello Spirito! Ma una Comunità i cui membri non smettono di lasciarsi rinnovare intimamente, ogni giorno, dallo Spirito Santo, apparirà anche all’esterno come il luogo della sua dimora, in grado di trasmettere la salvezza ai fratelli e di “giudicare il mondo” (cf 1 Cor 14,24).

TESTIMONIANZE SULLA GUARIGIONE DELLA MEMORIA

Dopo essere stata solo due volte in Comunità, partecipo alla mia prima giornata comunitaria, dove alcuni fratelli mi chiedono se desidero ricevere la preghiera personale, con l’imposizione delle mani. Rispondo di sì, benché non sappia assolutamente di che cosa si tratti o come debba contenermi, io che di solito non lascio invece mai niente al caso… ma è il Signore, ora lo so, che sta mettendo in atto il suo piano di salvezza: io mi sento subito accolta da Lui, tramite i fratelli, e, durante questa prima preghiera di liberazione, lo lascio entrare nel mio cuore.

Con il permesso di Gesù e in tutta la loro completezza emergono così i fantasmi del mio passato, insieme alla convinzione profonda che ho di dover espiare con le sofferenze fisiche e psicologiche le colpe verso mio padre e mia sorella, che non ho amato in vita come avrei voluto, potuto e dovuto. Prepotentemente vengono alla luce gli incubi di ogni notte, le ossessioni di ogni giorno, le angosce, i rimorsi, la solitudine, l’inquietudine, di non saper portare più la serenità nella mia famiglia già da parecchi anni.

Dio solo poteva sapere quanto e come avessi bisogno di quella pace!

Avevo cercato di conquistarla in altri modi, ma due anni di analisi erano serviti solo a far venire in superficie le cause di tali sofferenze, non a donarmi il perdono verso me stessa e verso chi non c’era più. Così, anche se razionalmente ero cosciente di non essere colpevole per quelle morti, continuavo però a farmi del male e a farne di conseguenza alla mia famiglia. Mi ripetevo che avevo tutto per essere felice: un bravo marito, due bravi figli, i miei cari, gli amici, il lavoro, la casa… ma non era sufficiente per stare in pace con me stessa: mia sorella era morta in un incidente stradale, mentre io da un incidente analogo, anni prima, ero uscita viva, e mio padre era morto suicida, senza che io avessi potuto chiedergli perdono e dirgli che lo perdonavo.

Gesù accoglie il mio pianto disperato e attua la sua prima grande operazione di salvezza del mio cuore e della mia memoria feriti. La forza del suo amore che tutto perdona mi dà una pace che non provo da anni, insieme alla speranza di venire finalmente fuori da queste tenebre. Capisco anche che ha aspettato i miei tempi di crescita, affinché fossi pronta per questa esperienza.

Il giorno dell’effusione Gesù entra di nuovo nel profondo del mio cuore e di nuovo mi guida a rioffrirgli tutta la sofferenza del passato. Arriva fino alle mie viscere, per togliere tutto ciò che mi fa male; io lo lascio fare e, attraverso un pianto liberatore, che è anche un grido di aiuto, avverto la potenza del suo perdono.

Un altro passo decisivo lo vivo nella piccola comunità di crescita, durante un’invocazione in cui tutti chiediamo con fede a Gesù di liberarci dal male. In quel momento il Signore mi fa vedere, nello spirito, mio padre al quale viene tolta la corda dal collo e mentre questa si riempie di luce, lui vola verso il cielo. Eccola, la mia vera liberazione: mio padre è vivo in Cristo Gesù! L’emozione è così forte che mi sento mancare e temo di parlarne agli altri, nel timore che tutto possa essere frutto di autosuggestione.

Mi confesso, ne parlo con i responsabili, provo a raccontarlo al gruppo… ma il demonio continua a suggerirmi che non è vero niente, che quello che ho visto è solo una mia invenzione. Gesù però nel suo infinito amore si fa vivo di nuovo, a sorpresa, mentre sono intenta in altre attività, e questa volta me li mostra entrambi, mia sorella e mio padre, pieni della sua luce. Sento che il perdono è definitivo, completo: il mio verso di loro e il loro verso di me. Lo Spirito Santo che sta scendendo su di me accende finalmente il mio cuore del suo fuoco e io posso vivere ormai con una pace e una gioia nuove, nella libertà vera che solo Lui può donare.

Natalina

Avevo terminato di leggere un libro molto interessante, intitolato “Il risveglio dei carismi”, ed ero rimasto particolarmente colpito da quanto affermava sulla guarigione della memoria e dei cattivi ricordi.

Pochi giorni dopo – era la veglia di Natale – ho sentito come una voce nel cuore che mi diceva: «Il Signore nasce questa notte e anche tu devi rinascere questa notte». Allora mi è tornato in mente quello che avevo letto, che, per guarire dai cattivi ricordi che hanno toccato la nostra vita fino ad oggi, bisogna tornare indietro con la memoria, soffermarsi su quegli episodi che hanno provocato angoscia e offrire quell’angoscia al Signore, chiedendo a Lui di guarire quelle piaghe. Così ho chiesto a mia moglie Antonietta di pregare con me e per me il Signore, affinché guarisse le ferite che hanno condizionato la mia vita. Sono tornato indietro, fino alla nascita, e ho chiesto al Signore di guarire le ferite provocate dalla paura subita a due anni e mezzo per un intervento d’asportazione delle tonsille; ho chiesto al Signore di guarire le ferite provocate sempre dalla paura per una puntura alla pancia, che mi aveva scioccato, ma che si era resa necessaria a causa del morso di un cane; gli ho chiesto di guarire le ferite provocate da una mancata promozione in ufficio.

Alla fine mi sono sentito come liberato; mia moglie ha chiesto per me un passo della Scrittura e il Signore mi ha detto che avrebbe preso in considerazione la mia situazione e che mi aveva messo mia moglie vicino per riempirmi del suo amore attraverso di lei. Pensavo di essere guarito da tutte quelle piaghe che avevano influenzato in modo negativo la mia crescita e invece non era così, perché il Signore aveva voluto riservare la piaga più grossa, che non avevo saputo vedere, per la vera guarigione di cui avevo bisogno.

Sempre avvolto da quel clima particolare del Natale imminente, mi venne da pensare a Maria, a tutti gli atti d’amore che aveva potuto compiere nei confronti di suo Figlio Gesù, dalle carezze ai baci, alle coccole che aveva riservato per quel bambino meraviglioso… e in quel momento ho sentito un peso enorme poggiare sul mio cuore: era la mancanza di amore di cui soffrivo e addebitavo a mia madre, poiché da bambino non aveva mai avuto per me quei gesti affettuosi che aveva avuto la Madonna per Gesù! Allora mi sono reso conto che non ero ancora guarito e, insieme con mia moglie, ci siamo rimessi a pregare perché il nostro medico infallibile guarisse anche questa grossa piaga.

Così ho offerto al Signore le sofferenze che avevo avuto da bambino per questa mancanza di gesti affettuosi e gli ho chiesto di guarirmi. Ma a quel punto ho sentito che non dovevo essere io a dover perdonare nello spirito mia madre, ma che ero io che dovevo chiedere perdono! Perché lei il suo affetto me lo dava abbondantemente, ero io che forse ne volevo uno speciale, al di là delle sue capacità.

Ho chiesto allora perdono al Signore per aver giudicato male mia madre e sono scoppiato in un pianto dirotto, irrefrenabile, che mi ha portato alla fine ad una grande liberazione e ad una pace meravigliosa interiore. Però sentivo che c’era ancora una cosa da fare, così ho chiamato Alessia, nostra figlia, e le ho chiesto perdono per tutto l’amore che non avevo saputo esternare per lei; anche se lei, abbracciandomi, ha esclamato: «Ma che dici, papà, di che cosa devo perdonarti? Lo so che mi vuoi bene».

Antonio

«Ho sperato, ho sperato nel Signore ed Egli su di me si è chinato…». Il canto dei fratelli mi avvolge dolcemente, ma il mio spirito è lontano; non riesco a entrare nella preghiera…

La tristezza invade il mio cuore, una tristezza antica, che viene da un’infanzia piena di fame e di paura. Sono passati tanti anni, ma ancora quella paura proietta la sua ombra su di me e sul mio futuro. “Signore, dov’eri quando, bambina, tremavo travolta da avvenimenti tanto più grandi di me?”.

Il canto prosegue pieno di forza: «Hai dato ascolto al mio grido…». Ma i pensieri, quasi senza che io lo voglia, seguono il filo dei ricordi, che emergono poco a poco dalla memoria.

Allumiere, durante la guerra. I tedeschi davano il pane ai bambini affamati, ma non bastava mai. Poi, una sera, i bambini si erano messi d’accordo per rubare nel campo dei tedeschi. Io dovevo rimanere fuori da quello strano gioco, perché ero troppo piccola, ma li seguii lo stesso a distanza.

Ascolto il canto in lingue, mentre il “Signore del tempo” fa riaffiorare antiche memorie, che neppure sapevo più di avere.

Ricordo quando gli uomini in divisa scoprirono i piccoli ladri, il trambusto, le grida, le corse affannate e il mio pianto disperato di bambina, sola nel buio che incalzava, travolta e gettata in una cunetta piena di foglie secche. Quanto tempo è durato quel pianto? Non saprei dirlo. Ricordo solo la lunga paura del mio piccolo cuore.

Poi un tedesco mi sollevò dal mucchio di foglie. Sembrava un gigante. Con gentilezza mi soffiò il naso, mi ripulì e mi riportò sulla strada, fino in vista del paese.

Ma non era finita. Pochi giorni dopo i tedeschi requisirono le case. Quel giorno mia madre era rimasta a fare il pane e tutti i bambini del vicinato erano con noi. Davanti al capitano che voleva mandarci via, disse semplicemente: «E come faccio con tutti questi figli? Sono vedova, ho un figlio grande prigioniero, sono sola a lavorare per sfamare tutte queste bocche. Adesso mi levate anche la casa. Ammazzatemi, allora, così la faccio finita!».

L’uomo era commosso. Vide me che tremavo in un cantuccio, e mi riconobbe: era infatti lo stesso che mi aveva sollevato dal mucchio di foglie secche. Volle sapere il mio nome e poi quello di mia madre, Maria, un nome dolcissimo che suscitò echi profondi nella sua anima e che divenne un canale di comunicazione fra noi: nel suo italiano stentato e gutturale ci disse infatti che bisognava pregare molto perché quella guerra finisse presto e a sua volta mia madre, con gesto timido e confidenziale, tirò fuori dalla tasca la corona del rosario dicendo: «Figlio mio, sapessi quante Ave Maria sono passate su questi grani… da tappezzarci tutto il mondo!».

Con le lacrime agli occhi, il capitano abbracciò mia madre, chiamandola mamma anche lui, e in quel suo gesto tutta la mia paura si sciolse.

Poi l’uomo andò via; ma quel giorno ci mandò un cestino di pane bianco, che mia madre distribuì anche ai vicini, perché c’erano tanti sfollati in quei giorni, tante bocche in più da sfamare.

Ecco, Signore, il canto è finito e anche la sequenza dei miei ricordi. Ascolto il silenzio in cui Tu parli al mio cuore. Ora so dov’eri in quei giorni di paura, ora so di chi erano la mani che mi hanno sollevato dal mucchio di foglie secche, che hanno abbracciato mia madre che chiedeva di morire e poi ci hanno portato quel cestino pieno di pane saporito.

Grazie, Signore, per quello che hai compiuto allora e per quello che fai oggi guarendomi nel ricordo, guarendomi nel tempo da ogni paura.

Giuliana

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