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Sulla tua Parola getterò le reti – 2° Insegnamento Convegno Internazionale 2002

“Sulla tua Parola getterò le reti”

 

Quando il Signore ci ha ispirato questa profezia, subito ci ha messo nel cuore che dovevamo comprenderla anche con gli occhi, che dovevamo farla “nostra” con immediatezza, con tutti i nostri sensi. Allora è nata l’idea del palco come una barca e della rete vera, che scende proprio dall’ambone (poiché è “sulla tua parola”, Signore, che siamo invitati a gettare le reti) e poi l’immagine di Gesù, che è sulla barca con noi sempre, tutti i giorni della nostra vita, e poi i pesci, una moltitudine di pesci, come quella con cui il Signore promette di colmare le nostre reti e che noi dobbiamo già contemplare, nella fede e nella speranza.

 

Allora, noi siamo su questa barca. Non è solo un modo di dire, un’immagine plastica; realmente siamo su questa barca, tutti noi: siamo noi Pietro e Giacomo e Giovanni e Andrea… siamo noi i pescatori di cui parla il brano del Vangelo.

Siamo noi che abbiamo faticato tutta la notte, inutilmente: abbiamo gettato e rigettato le reti in mare, ma abbiamo provato solo delusione e fatica e freddo nell’umidità della notte… Forse abbiamo provato anche a esortarci l’un l’altro ma (quando non lasciamo entrare e regnare il Signore tra noi) abbiamo finito per “ferirci”, per attribuirci reciprocamente la “colpa” di questo insuccesso, “accusandoci” l’un l’altro: «Se tu fossi stato più attento… Se avessi fatto piuttosto quell’altra manovra… È perché non fate mai come dico io…!». Conosciamo bene queste situazioni! Le conosciamo come famiglie, le conosciamo come Comunità parrocchiali, ambientali, di crescita… Quanti responsabili possono riconoscersi in queste parole!

Da quanto tempo dura questa lunga “notte” per la nostra Comunità, per ciascuno di noi? Ognuno guardi la fatica del suo cuore, riconosca la delusione e lo scoraggiamento nel dover tornare a mani vuote dai suoi familiari, dai suoi fratelli nella fede, da chi non crede e non vede l’ora di dirci: «Qual è il frutto dei tuoi sforzi, del tuo impegno…? A che ti è servito sperare, se sei a mani vuote come e più degli altri?».

Eppure il fatto che noi abbiamo faticato inutilmente tutta la notte è una benedizione! Noi dobbiamo ringraziare Dio, sì, ringraziarlo, perché ci ha permesso di faticare inutilmente tutta la notte!

Sappiamo bene che questa non è, come potrebbe sembrare, una “frase a effetto”; per noi, Comunità di lode, è verità e vita: perché solo se tu hai provato tutto il tuo fallimento, solo se hai costatato con mano tutta la tua incapacità, allora sei disposto ad accogliere veramente la parola di Dio, anzi, Dio stesso che viene a te!

È quando sei “atterrato” che sei disposto ad ascoltare, non quando sei soddisfatto di te stesso, delle tue capacità e dei tuoi presenti “meriti”; perché quando sei “atterrato”, umiliato, solo allora puoi nutrire la segreta speranza che qualcuno ti rialzi… che Qualcuno ti offra altre possibilità… un’altra vita proprio, una vita rconvegno2002innovata, e sei disposto a rimettere in discussione i tuoi schemi, i tuoi convincimenti, i tuoi orari, che smettono così di essere un “idolo” per te, cioè qualcosa di inamovibile, che ti impedisce di accogliere con libertà la volontà di Dio.

Pensate, se gli Apostoli fossero stati paghi del loro sforzo, forse avrebbero risposto in un altro modo: «La pesca finisce alle 6… non riprende alle 8… sulla parola poi di uno che non è nemmeno pescatore…».

Continuiamo a guardare nel nostro cuore: per quante cose abbiamo faticato, inutilmente, tutta la notte! Ma non possiamo arrenderci proprio ora, all’alba! Proprio ora che Gesù sta per salire sulla nostra barca!

Capitemi: Gesù è sempre con noi, secondo la sua promessa, però ora è un’esperienza di rinnovata presenza e potenza che Lui vuole donare a tutta la Comunità e, attraverso la Comunità, alla Chiesa!

È come se uno decidesse di abbandonare la speranza proprio il Sabato Santo, quando invece già si intravede l’alba della Risurrezione! Voi sapete che, fra tutti i giorni dell’anno, sono quelli del Venerdì e del Sabato Santo quelli più “gravidi” di Risurrezione; neanche la Domenica delle Palme, con tutta la sua esultanza, è così “incinta” della Risurrezione che, ecco, sta per avvenire! Ed è per noi!

Anche in questo episodio è l’alba… Gesù sta ammaestrando la folla che già si addensa e si stringe a Lui, fin dal mattino, sulla riva del lago… Allora il Maestro sale sulla barca di Simone perché, scostandosi un poco dalla riva, gli permetta di essere visto e ascoltato da tutti…

E questo ci fa comprendere molte cose, che vengono prima del prodigio della pesca miracolosa, che seguirà fra breve.

 

Anche noi dobbiamo e vogliamo, prima di ogni altra cosa, vedere e ascoltare il Signore! Vogliamo contemplare il suo Volto, respirare la sua Presenza, riconoscere la sua Voce.

Non è possibile essere testimoni in un altro modo: anche a noi gli uomini del nostro tempo chiedono, come fecero quei Greci che si rivolsero a Filippo: «Vogliamo vedere Gesù! Fateci conoscere il Maestro!». Forse lo fanno a volte in modo meno consapevole, ma c’è anche in loro questa segreta attesa di non sentire solo “parlare” di Gesù, ma di poter fare con Lui un incontro vero, occhi negli occhi, di ascoltare personalmente la sua voce ed esserne ammaestrati, consolati, guariti.

E poi che noi siamo chiamati davvero a ricevere e accogliere questa parola all’alba, intesa non solo come termine di una “notte spirituale”, ma proprio come le prime ore del mattino; prima che sia giorno pieno, quando sorge la Luce, che è Gesù! Prima di iniziare una giornata che, solo con la parola di Gesù, potrà prendere tutto un altro orientamento e un’altra forza.

Noi dobbiamo diventare, o ridiventare, persone di preghiera, che ascoltano davvero il Signore. Tutti noi. Chiediamolo a Gesù questo dono.

Se è possibile facciamolo al mattino, perché quello che il Signore ci dice nella preghiera del mattino dà veramente un altro indirizzo e un’altra potenza a tutto quello che vivremo durante il giorno, ci dà la sapienza per sapere che cosa fare e che cosa non fare, che cosa dire e che cosa non dire; di più, ci immette nella sapienza e nella potenza dei progetti di Dio per noi e ci fa scoprire il “primato della grazia”, della quale ci rende collaboratori più consapevoli.

Se non possiamo al mattino, facciamolo nel momento a noi più confacente; quello che conta è che torniamo a pregare, a restituire, come abbiamo detto, il primato (cioè il primo posto) alla grazia.

Scrive il Papa nel bellissimo documento “Duc in altum” (“Prendete il largo”): «C’è una tentazione che da sempre insidia ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare. Certo Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita a investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e operatività. Ma guai a dimenticare che “senza Cristo non possiamo fare nulla!”» (Duc in altum n. 38).

Noi, Signore, non vogliamo più fare nulla senza di Te. Quante volte ci siamo affaticati lavorando inutilmente, tutta la notte… ma ora vogliamo accoglierti, forse per la prima volta, forse in un modo nuovo; vogliamo farti spazio, tutto lo spazio, nella nostra barca, cioè nella nostra vita, in ogni suo aspetto, e soprattutto ascoltare e mettere in pratica la tua parola, come profeti.

 

E qui vorrei che di nuovo ognuno di noi (chiudendo gli occhi e guardandosi dentro) si ponesse un’altra domanda: «Io ho ascoltato davvero, come Simon Pietro, una parola di Gesù rivolta a me, proprio a me?». Perché è vero che tutta la Sacra Scrittura è parola di Dio, che ogni passo ci guarisce, ci consola, ci corregge, ci guida… ma noi siamo un “popolo profetico”, che dovrebbe saper vivere di “profezia”.

E che cos’è la profezia?

È quella parola precisa che, a un certo punto della mia vita (nella preghiera, nell’ascolto, nel discernimento comunitario) arriva fino in fondo al mio cuore e, come dice la Scrittura, “tocca” là dove si divide l’anima e lo spirito, le giunture e le midolla… perché il Signore sta parlando a me e mi sta dicendo, come alla Samaritana al pozzo, tutta la mia vita… Ma nello stesso tempo mi sta dando il suo amore, mi dice che cosa farà da ora in poi nella mia vita (dato che io gliela sto donando) e mi associa alla sua missione santa, che è quella di portarci tutti con Lui, in Paradiso; e mi dice come fare e mi trasforma in Lui, ogni volta un pezzetto di più. Perché è questo che deve avvenire in ogni preghiera e attraverso ogni profezia: che io mi lasci trasformare un po’ di più in Gesù, fino a che questa trasformazione non sarà perfetta nel Regno dei cieli.

C’è dunque una “profezia” così nella mia vita? È radicata nei miei pensieri? È custodita nel mio cuore? “Perché certo accadrà, non tarderà…”: nessuna parola uscita dalla bocca del Signore torna a Lui senza aver prodotto quello per cui è stata inviata.

Ognuno domandi a sé stesso: «So quando il Signore mi ha parlato? Mi ha “sconvolto”? (Nel senso che ha dato un ordine e un percorso nuovo a tutta la mia vita?). Custodisco questa profezia come un tesoro prezioso, come la “parola in me” e “per me”?».

A volte, affinché non dubitiamo, il Signore accompagna con un “segno profetico” le sue promesse, affinché possiamo essere aiutati nel tempo a rimanere fedeli: se Dio ha compiuto quel segno per noi di certo anche il resto della promessa si avvererà.

Quando siamo stati in missione in Colombia, il Signore una sera mi ha parlato di nuovo con un segno potente (che mi aveva donato in passato, tanti anni fa) affinché io fossi sicura del resto della profezia che mi stava dicendo e realizzando.

La pesca miracolosa è anch’essa un segno: così come si sono colmate di pesci queste reti, così si riempirà di figli la Chiesa; lo stesso frutto sovrabbondante, dato per grazia.

Noi dobbiamo supplicare il Signore perché parli ancora, perché parli a ciascuno di noi. Non come gli Ebrei davanti al Monte Oreb, quando lo supplicarono di non parlare più con loro, ma solo con Mosè, perché ne erano terrorizzati…

Sembra impossibile, ma in realtà molti di noi non desiderano ascoltare veramente, perché quello che Lui ci dirà o ci chiederà ci “scomoderà”, ci farà perdere la faccia davanti agli altri (anzi, la “maschera”…), ci metterà in situazioni che vanno oltre la “piccola misura” del nostro egoismo e tornaconto.

Certo, nemmeno dobbiamo cadere nell’inganno opposto di “straparlare” noi e di “far dire” a Dio quello che è frutto solo delle nostre elucubrazioni o smanie di grandezza. È inutile che diciamo che non è vero: noi tutti dobbiamo fare continuamente i conti con il nostro peccato di voler essere ammirati e lodati dagli uomini. Per questo ci vogliono umiltà, discernimento comunitario e sottomissione reciproca, affinché possiamo ascoltare e realizzare non quello che vogliamo noi, anche se ci sembra una cosa buona, ma ciò che vuole Dio, che è infinitamente più buono e saggio.

La profezia non è ciò che gli uomini desiderano e implorano, ma ciò che Dio comanda e realizza.

E per chi è disposto ad accogliere prontamente l’invito, a seguire la profezia con immediatezza (cioè senza mediazioni, accomodamenti, rinvii… chi “subito” getta le reti) c’è anche un’altra grazia: perché chi è disposto a non lasciar cadere l’invito verso il gesto immediato, è disposto poi anche alla partenza vera e propria: “duc in altum!”, “prendi il largo!”, “diventa capace di muoverti verso mari ancora più aperti, verso gli oceani, verso pesci ancora sconosciuti dei quali il Signore ti promette di colmare le reti!”.

 

Vediamo dunque questa nostra risposta, questo gesto di gettare le reti.

C’è un secondo episodio, al termine del Vangelo di Giovanni, nel quale di nuovo si racconta di una “pesca miracolosa”, sempre “sulla parola” di Gesù, ormai risorto: è la promessa a diventare “pescatori di uomini” che diventa un “mandato ufficiale”, che ormai gli Apostoli porteranno avanti senza la presenza fisica di Gesù, che fra brevgettare_retie ascenderà al cielo; non solo, ma questo mandato poggia ora non più solo sulla Parola, ma sulla potenza dello Spirito effuso!

 

Capite, fratelli?! Noi oggi possiamo gettare le reti contando insieme sulla parola di Gesù e sulla potenza del suo Santo Spirito! Cioè sulla manifestazione gloriosa in noi della Potenza della sua Risurrezione!

E, come se non bastasse, Gesù ci dà un cibo che ci irrobustisce, che ci riempie di forza: gli Apostoli approdano infatti a riva con le reti colme, ma Gesù fa trovare loro già arrostito un altro pesce: il pesce che Lui fa arrostire è Lui stesso! È proprio una comunione, come con il pane. E la brace che lo cuoce è il fuoco dello Spirito! Perciò Lui si dà in cibo a noi!

E poi ci manda a darci in cibo ai fratelli! Vedete, noi non andiamo a pescare per “nutrirci” dei fratelli, ma per dare loro in cibo la nostra stessa vita! E, tutti insieme, ci lasciamo assimilare da Gesù! È una comunione vera, eucaristica: diventiamo uno stesso Corpo, Gesù, noi, i fratelli.

Perché il Signore colmerà le nostre reti solo se accettiamo di diventare santi! L’efficacia della nostra evangelizzazione dipenderà solo dal grado di intimità, di unione-comunione che abbiamo con Gesù, dall’accoglienza che riserviamo in noi al suo Spirito, perché chi opera è solo Lui! Lui ci convince che Dio è Padre e ci ama. Lui che, mentre ci mostra ciò che ci comanda, fa’ in noi le cose sante che ci sono richieste. Lui che ci colma dei carismi necessari e ci “ubriaca” di gioia.

Una cosa, apparentemente banale mi ha colpito in entrambi gli episodi di “pesca miracolosa”: perché Gesù ha potuto dire loro: «Gettate le reti»?

Perché avevano le reti! Erano attrezzati, erano pescatori, erano pronti a farlo. Mentre noi spesso non abbiamo proprio le reti, non siamo pronti, attrezzati, non ci ricordiamo chi siamo (dei pescatori) e a quale missione siamo chiamati.

Ricordo un giovane che non si tagliava la barba, per ricordarsi che doveva diventare missionario e prete (come poi è diventato): c’è, per ciascuno di noi, qualcosa che ci ricorda continuamente la nostra vocazione di “pescatori di uomini”?

Oppure abbiamo le reti, ma le abbiamo lasciate a casa: così non si rovinano, non si bagnano, non puzzano di pesce… poi, se le getto, devo fare pure la fatica di riavvolgerle… Ma mi dite a che servono allora?

Oppure, nel gettarle, siamo troppo preoccupati di noi stessi, a non fare troppa fatica, a non scorticarci le mani, a non rovinarci le unghie… e, anche se non ci opponiamo consapevolmente a questo invito, però all’atto pratico rimaniamo dei “teorici”: ora stiamo ascoltando, magari ci commuoviamo, aderiamo convinti… ma poi che cosa facciamo concretamente, uscendo di qui? Che cosa facciamo domani? Che cosa facciamo con i nostri familiari, amici, colleghi? Non servono sempre grandi discorsi; spesso bastano piccoli gesti per risvegliare la fede negli altri, per dire: «Io appartengo a Cristo. Gesù ti ama. La Chiesa è tua madre». Gesti che nascono solo quando il nostro stesso cuore è un “evangelizzatore in servizio permanente”, cioè sempre “appostato” per cogliere l’attimo favorevole per poter fare l’annuncio. Poiché il pesce passa e… “chi dorme non piglia pesci”!

 

Ma, scherzi a parte, che cos’è questa rete che dobbiamo gettare? Come è fatta?

Mentre la guardiamo, così, distesa lungo il fronte del palco, che viene giù dall’ambone… comprendiamo tante cose.

* La rete è la parola stessa di Dio, che noi aiutiamo a far arrivare agli uomini: caliamo le reti, fratelli, facciamo scendere la parola di Dio fino nel mare (e voi sapete che per gli Ebrei il mare era sinonimo di male, di pericolo, di inquietudine), perché non c’è nessuna situazione, nessun “mondo” che noi possiamo giudicare a priori come impenetrabile alla parola di Dio.

Le reti sono le parole stesse di Gesù, distese sul cammino degli uomini, ma siamo noi la bocca che proclama queste parole, i piedi che le portano… La predicazione, ricordiamocelo, non appartiene solo ai sacerdoti, ma a tutti i battezzati.

Allora è tempo che ci risvegliamo e cominciamo a portare nel mondo la parola di Dio come profeti, fosse anche in fondo al mare, cioè alle situazioni più pericolose, quelle nelle quali io, lasciata alla mia umanità, non vorrei scendere.

* La rete è la preghiera, cioè la nostra risposta alla parola di Dio e il nostro anelito alla santità, come dicevamo prima.

Il mondo ha bisogno di tornare a pregare e cerca chi glielo insegni. In mezzo a tanto odio e violenza e a un processo di mondanizzazione che sembra non aver risparmiato nessun ambito della nostra vita, tuttavia, come un’onda inarrestabile, sta nascendo un po’ ovunque una nuova sete di spiritualità, che investe gli ambienti più disparati e le persone che non avremmo mai creduto così assetate di Dio. E chi può, chi deve mostrare loro la strada? Chi deve mostrare a quale profondità d’amore con Colui che è Padre può e deve portare la preghiera?

Se noi non preghiamo e non facciamo delle nostre Comunità quelle “autentiche scuole di preghiera” che il Papa auspica nella “Duc in altum”, noi li spingeremo a cercare in altre religioni e finanche nelle sette (come di fatto avviene); ma il Signore ne chiederà conto anche a noi: perché abbiamo lasciato che questi fratelli, battezzati in Gesù, non trovassero una preghiera “appagante” proprio nella Chiesa di Cristo!

Scrive ancora il Papa: «Ci si sbaglierebbe a pensare che i comuni cristiani si possano accontentare di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Specie di fronte alle numerose prove che il mondo di oggi impone alla fede, essi sarebbero non solo cristiani mediocri, ma “cristiani a rischio”!» (Duc in altum n. 34).

Noi abbiamo il dovere di mostrare che la preghiera è potenza di Dio, altrimenti i fratelli vagheranno approdando ad altri luoghi dove si insegna più a trovare sé stessi che Dio!

Questa rete è invece Dio che trova te, che ti raggiunge e ti salva, anche da te stesso!

* Ancora, la rete è la comunione, è l’amore che ci unisce: un amore forte, capace di resistere a ogni prova, senza strapparsi. Siamo uniti l’uno all’altro. Vedete quanti nodi? Forti della reciproca comunione. Saldi nell’accogliere altri salvati.

Una comunione che si estende con la stessa misura e qualità in tutta la Comunità, che ormai si sta sviluppando a livello mondiale: noi dobbiamo “diventare uno” con ogni fratello, quello che ancora non conosco e quello che ho accanto da 20 – 30 anni… Perché il Signore ne ha bisogno! Perché la Chiesa continua a guardare come “una primavera dello Spirito” alla realtà di tutto il Rinnovamento Carismatico e alla Comunità Gesù Risorto in particolare. Perché i tempi sono brevi e ci è data un’unica vita, che non possiamo sciupare in sciocchezze e contese

 

Su questa barca nessuno di noi ci sta da solo.

La risposta di Pietro in questo senso è illuminante. Lui dice: «Getterò le reti», risponde cioè in prima persona, ma nello stesso tempo dà per scontato che questa è anche la risposta degli altri, che anch’essi faranno prontamente la loro parte. E come avrebbe potuto altrimenti issare da solo una rete che viene poi tratta a fatica da ben due barche?

Il “sì” di Pietro impegna tutti. Li “impegna” proprio, senza ulteriori consultazioni: perché stanno lì come pescatori, non come spettatori (fanno il loro mestiere, il loro dovere). Perché quello che noi siamo chiamati a fare (portare gli uomini a Dio) è più importante di ogni altra cosa: della mia stanchezza, dei miei schemi e delle mie pretese e anche della mia vita che, ripeto, è breve e devo spendere bene…!

Un’ultima considerazione, che scaturisce dalla mia testimonianza personale, dalla profezia che il Signore continua a donarmi, in maniera ricorrente e sempre commovente per me, attraverso il passo della Maddalena, mandata a portare l’annuncio, inaudito e esaltante insieme, che Gesù è risorto, che ha vinto la morte e che vuole apparire ai suoi.

Io mi sento mandata come donna: c’è anche la mia femminilità nell’annuncio e ho compreso che le reti vanno poste anche con uno “spirito di maternità”: “chi” andiamo a pescare? Sono fratelli, ma anche figli, quelli che andiamo a riprendere per riconsegnare al Padre.

In questo le donne sono avvantaggiate, perché sono portate più naturalmente a considerare gli altri anche attraverso l’occhio della maternità: a tirare su questi “pesci” (che sono i fratelli) in un modo più delicato, senza sbatterli qua e là… a farli sentire accolti, amati come figli dello stesso Padre.

Ma qui una parola agli uomini: per tirare su le reti ci vogliono le vostre braccia! Siete voi gli uomini! Ci vogliono la vostra forza e fermezza: dovete donarvi di più!

In Comunità ci sono molti uomini generosi, che spendono la loro vita per il Signore… ma le donne sono di più! Ed è più facile trovarne di adatte quando formiamo nuovi Pastorali o affidiamo servizi comunitari…

«Uomini, chiamati da Dio al servizio e che ancora non avete risposto, dove siete?». È tempo di una risposta più generosa. Per qualcuno è tempo di una risposta assoluta, fino al sacerdozio.

È tempo per tutti di muoversi, di saper uscire dalla propria terra, dalle proprie sicurezze umane, verso “il paese che Dio ci indicherà”, come Abramo, perché chi non si muove, chi non accetta di “prendere il largo” (anche solo in senso spirituale, non necessariamente fisico) non vedrà mai una discendenza.

Oggi, se l’accogliamo, questa profezia del Convegno si realizza davvero per noi. Lo dico in particolare ai responsabili della Comunità           e a quanti spendono la vita per il Regno di Dio. Abbiamo pescato tutta la notte; abbiamo avuto freddo, scoraggiamento, delusioni; abbiamo peccato di sfiducia e di superbia nello stesso tempo; abbiamo dubitato che fosse il nostro posto, che Dio ci volesse qui… Ma ora, sulla tua parola, Signore, e con il potere del tuo Spirito, sappiamo che sta iniziando, è iniziato, un tempo nuovo: è il tempo di vedere i miracoli, di vedere le reti colme, tanto che dobbiamo chiedere aiuto ai fratelli delle barche accanto (e come è bello lavorare insieme, con tutte le realtà della Chiesa); di vedere che tutto il Rinnovamento Carismatico è percorso da una nuova, potente effusione di Spirito Santo che lo rinnova, lo infuoca ancora e ne fa quel lievito prezioso nella Chiesa a gloria del tuo nome.

 

di A. Alberta Ricci

Convegno Internazionale 2002