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A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto PDF Print E-mail

«Sappiate bene questo: “Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli
il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Vangelo di S. Luca (12,39-48).

 

Siamo gli amici di Gesù e i suoi amministratori: a noi vengono affidate le cose più belle e preziose e a noi viene richiesta la fedeltà, affinché un giorno possiamo ascoltare da Lui quella parola santa e benedetta: «Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore».
di Paolo Serafini

 

Dopo aver ascoltato la parabola sulla necessità di essere sempre pronti e vigilanti, Pietro domanda a Gesù: «Queste parole le dici per noi o per tutti?
». Noi siamo privilegiati, possiamo stare tranquilli: è questo, in fondo, il senso della sua domanda. Siamo i tuoi discepoli, ci hai detto che abbiamo autorità sugli altri,
il nostro posto è migliore di quello di chiunque altro! E questo è vero, ma nel senso che quello di Pietro e di ogni Apostolo è un posto che esige di più, poiché la
loro è un’“autorità di servizio” e non un ruolo dal quale ricavare vantaggi personali.
Sempre l’egoismo tenta di infiltrarsi infatti nei nostri pensieri e sempre è necessaria la lotta per respingerlo. Sempre dobbiamo, come scrive S. Paolo, liberarci
dalla schiavitù del peccato per metterci al servizio di Dio; un servizio libero ma esigente, dell’esigenza dell’amore vero.
Nella parabola riportata da Luca viene descritta invece la “festa dell’egoismo”. Il padrone tarda a venire e il capo dei servi comincia a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
arrivando perfino a percuotere i servi e le serve. La “festa dell’amore” è invece tutto il contrario e riempie il cuore di una gioia grande e pura, perché ognuno non
pensa a gioire ma a dare gioia agli altri, a darsi da fare in ogni modo per rendere più facile la gioia per tutti.
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”. Sono parole che ci fanno capire il desiderio di Dio: Egli ci dà molto, ma affinché possiamo portare molto frutto, un frutto che rimanga. Il primo frutto che il Signore attende da noi è la conversione, è il compiere opere di giustizia. Nell’Apocalisse, nelle Lettere alle Chiese, le prime
parole che Egli rivolge a ognuna di esse sono: «Conosco le tue opere». Non dice: «Conosco il tuo cuore»; perché ci sono molti che si professano credenti, ma conducono poi una vita dissoluta o mondana, per poi magari concludere con presunzione: «Dio conosce il mio cuore». Ora Dio guarda sì le nostre intenzioni, ma guarda anche le nostre opere!
Lo stesso Gesù che nel Vangelo dice: «Convertitevi e credete», qui dice: «Convertitevi e compite le opere». La prima è una conversione dalle opere alla fede; la conversione di cui ci parla ora nell’Apocalisse sembra essere, all’opposto, una conversione dalla fede alle opere. Questo forse ci potrebbe stupire. Si torna forse all’Antico Testamento, si abbandona la fede al Vangelo per le opere buone? No, assolutamente. L’Apostolo Paolo, che è il difensore per eccellenza della salvezza mediante la fede e non mediante le opere, ci spiega in che cosa consiste questa conversione cristiana alle opere.
Egli chiama “opere di una volta” quelle compiute sotto la Legge, mentre chiama “frutti dello Spirito”queste opere da compiersi ora nel regime della Grazia.
Vi sono persone che, avendo scoperto che siamo salvati gratuitamente, non per le nostre opere ma per la fede in Gesù, si sono fermate qui, senza fare il passo ulteriore che pure è indispensabile, cioè: “tendere verso i frutti della conversione”.
L’insidia della tiepidezza di annida proprio qui. Qui vengono offuscati quei valori che hanno alimentato da sempre la vera santità della Chiesa, come: la mortificazione anche corporale, il rinnegamento di sé, la vigilanza sui propri sensi e istinti, lo sforzo ascetico di purificazione dal peccato.
La seconda è una conversione dalla “sola fede” alla “fede che opera” mediante la carità; alla fede che si esprime nelle opere.
Ora, però, anche il servizio può nascere da interessi egoistici e non dall’amore; ma a quelli che lo cercano per avere solo vantaggi personali, Gesù dice: «Io non vi ho mai conosciuti». Dio conosce intimamente coloro che lo amano; coloro che sono in grado di osservare la sua Parola. La Bibbia conferma: «Da questo sappiamo che lo abbiamo conosciuto; se osserviamo i suoi comandamenti. Ma chi dice: “Io l’ho conosciuto” e poi non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui».
Alcuni poi, se la volontà di Dio li porta in una direzione diversa da quella che desiderano, pur preferendo scegliere il loro proprio sentiero, continuano tuttavia a operare e chiamare Gesù “Signore”. Oppure, poiché spesso si misura il successo di un ministro e di un responsabile soltanto in base ai numeri, pur di raggiungere certi grossi risultati, alcuni predicano Gesù solo come “Salvatore”, o “Liberatore”, o “Guaritore”, ma non come “Signore”. Il loro messaggio di base è: «Venite a Gesù e otterrete
la salvezza, la pace, l’amore e la gioia, la prosperità e il successo, la guarigione e molto di più!». Sì, Gesù è tutto questo; ma a volte si pone troppa enfasi sui vantaggi, senza annunciare che Gesù deve diventare il “Signore” della nostra vita e che pertanto dobbiamo abbandonare una vita di peccato, che dobbiamo impegnarci, come dice S. Paolo, “a cercare la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore; vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio”.
Questo deve il nostro impegno serio: cercare la santificazione! Il Signore si sta formando un popolo santo, una Comunità santa; anche se è vero che la santità e il peccato vivono insieme. La santità è un dono gratuito che Dio fa agli uomini per mezzo di Gesù: «Prima della creazione del mondo Egli ci ha scelti per mezzo di Cristo, per renderci santi e senza difetti di fronte a Lui»; ma alla grazia della santità deve corrispondere, da parte nostra, l’impegno di cercarla e accoglierla.
Purtroppo la voce di Dio è caduta spesso nel vuoto e il fenomeno della incorrispondenza, della infedeltà e del tradimento c’è sempre stato nella Chiesa. Il fatto dunque
che ci sia anche oggi non deve meravigliarci o scandalizzarci; ma neanche deve indurci ad accettare le realtà negative come un dato di fatto scontato e contro cui non ci
sia più niente da fare. Dobbiamo invece sentire tale realtà come una piaga, come un qualche cosa che ci brucia dentro, che ci fa male. Davanti a ogni situazione negativa, di peccato, non dobbiamo pensare come il mondo e dire: «In fondo che male c’è». Dobbiamo invece essere testimoni credibili, in ogni ambiente dove viviamo e operiamo. Stiamo perciò attenti al linguaggio, mortifichiamo la nostra lingua riguardo i giudizi, le maldicenze, le calunnie, le parole volgari, i discorsi sciocchi ed equivoci. Stiamo attenti anche all’abbigliamento. Siamo onesti nel lavoro, fedeli in famiglia, fedeli nella Comunità.
Attenti a non abbandonare la responsabilità solo per motivi di potere e di divisione con gli altri Responsabili; per motivi di gelosia, di vanagloria per poi dire falsamente: «È finito il mio momento. Non sono mica indispensabile!». È vero che il nostro incarico di responsabilità può finire, ma chi discerne su questo punto è la Comunità; cioè il CNS, i Delegati. Ed è ancora peggio quando, sempre per gli stessi motivi, si abbandona non solo la responsabilità ma si abbandona completamente la Comunità, per poi concludere: «Questo non era il mio cammino, non era la mia vocazione» quando, fino a qualche giorno prima, si dichiarava che la Comunità era la vita, il cammino santo, il progetto di Dio sulla propria vita. Come CNS più volte abbiamo pregato per i fratelli e le sorelle che hanno lasciato vuoto il loro posto; questo è un atto di carità verso di loro e verso la Comunità, pur nella consapevolezza che tale posto nessuno mai potrà ormai prenderlo, perché ogni “codice genetico soprannaturale” è strettamente personale: se io vengo meno al piano di Dio, questo piano, quello che Dio aveva su di me, è fallito per sempre.
Come Responsabili dobbiamo dare tutto quello che abbiamo, fino a dare noi stessi. Anche se sempre avvertiamo la tentazione di sistemarci, di cercare un punto di appoggio, di prepararci un angolino sicuro per il futuro. Al futuro provvede il Signore stesso. Sappiamo che sarà un futuro dove c’è anche la croce: è naturale, ma non sarà una croce pesante, come quella del Signore, perché Lui ci sarà vicino e ci aiuterà a portarla.
Dobbiamo essere “buon profumo di Cristo”. E si è profumo di Gesù nella misura in cui si ha il coraggio di seguire la sua stessa morte, senza preoccuparsi molto di se stessi e delle proprie cose. Il primo valore è Gesù; e tutto viene valutato su questa scala di valori. In mezzo a una società di consumi, la nostra testimonianza sia data anche dal dominio dei desideri, orientati non al benessere artificiale, ma all’amore del prossimo, dei fratelli di Comunità.
Poche cose sono necessarie a colui al quale basta Dio solo. Perché soltanto Lui può soddisfare la nostra sete. Il timore e la paura nascono a causa di un bene che si può perdere; ma chi non ha nulla da perdere, non teme nessuno e niente. Dobbiamo per questo avere un cuore da povero: la povertà cristiana è il segreto del santo e dell’apostolo. Questa povertà fu la forza del pubblicano per pregare con umiltà, e fu la forza di Paolo per evangelizzare il mondo pagano. Fu la forza della “Piena di Grazia”, che stimò il suo nulla come il centro delle predilezioni di Dio. La povertà, o senso del proprio limite, è il segreto delle beatitudini; allora si reagisce con l’amore in qualsiasi circostanza, poiché nessuno ci può togliere la nostra ricchezza: il “solo Dio basta” dei santi. Ora, quando si ama Gesù, si gioisce anche che altri diventino Responsabili migliori di noi e più carismatici di noi. Non c’è posto per l’invidia. Chi ha veramente rischiato tutto per Gesù, non permette che il suo cuore si abbassi a queste sciocchezze.
La nostra gioia deve essere quella di vedere che altri usino meglio di noi questo o quel carisma e che siano dei grandi animatori. L’unica cosa che conta per noi è semplice: che Gesù sia conosciuto e amato. Tutto deve essere condizionato da questo primo valore. Abbiamo già detto che la santità è un dono di Dio; il primo passo però è quello di incontrarlo e poi di rimanere alla sua presenza. Perché è la presenza di Dio nella nostra vita che ci cambia, ci trasforma gradualmente a sua immagine e pertanto ci fa più santi.
Dobbiamo seguirlo e questo comporta alcune esigenze: *dobbiamo testimoniare che Gesù è il Signore della nostra vita anche a un livello intimo e spesso nascosto, dove più quotidiana è la battaglia e più difficile la vittoria: vivere la purezza come dono, come carisma, ma viverla! Credo sia meglio non frequentare più la Comunità se, dopo diverso tempo, si continua a cadere con facilità e quasi senza nessun trauma spirituale in gravi disordini di questo tipo: lussuria, pornografia, masturbazione, o se si violano con frequenza le esigenze del proprio stato (fidanzamento, matrimonio, o celibato che sia).
*Dobbiamo combattere la tentazione di impossessarci dell’opera di Dio, di voler essere sempre nel mezzo, dove possiamo essere visti da tutti; dobbiamo ricercare
quella umiltà che ci mantiene solo al servizio dei fratelli e ci preserva dalla tentazione del potere o del dominio sugli altri; che ci fa temere che qualcuno possa
“attaccarsi” a noi e ci porti a dimenticare che uno solo è il nostro Maestro e che noi siamo tutti fratelli. *Dobbiamo esercitare la carità fraterna dentro le nostre Comunità e nella Comunità più grande, in famiglia, nel lavoro, dappertutto. Non una carità qualsiasi, ma quella di cui parla S. Paolo nel contesto dei carismi e di cui dice che è paziente, benigna, non invidiosa, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
Certo che le esigenze della conversione evangelica sono molto radicali: bisogna essere disposti a rinunciare a tutto. Tutto: anche la salute e la vita fisica; come dice
il Vangelo: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo». Tutto: anche i titoli, le benemerenze, i guadagni acquisiti nel Regno; anche i doni di Dio!
Sì, bisogna vivere con distacco anche i doni, i privilegi spirituali, i ruoli e gli incarichi; disposti a ricominciare sempre da capo, senza avere nulla su cui fare
assegnamento, se non solo l’amore di Dio. Voglio solo Dio e basta!
Si tratta, in pratica, di cedere a Dio la nostra propria libertà dicendogli: «Qualsiasi cosa, ed io ti dico di sì!». Dobbiamo lottare e lottare, per non “finire nella carne”; dobbiamo lottare per “restituire” di nuovo a Dio il suo potere. Facendo anche tutte le differenze con gli Apostoli, anche a noi Gesù chiama amici e non servi. Ed è dal dono dell’amicizia che abbiamo ricevuto che dovrebbe cominciare il nostro esame di coscienza. Siamo convinti di aver ricevuto questo dono? La nostra responsabilità nella Comunità Gesù Risorto comincia proprio da qui. Il suo dono ci lega a Lui e ci lega insieme, per amore. Non basta però essere convinti che Egli ci ha fatto suoi amici; dobbiamo anche essere convinti che a questa amicizia bisogna dare una risposta. L’amicizia di Gesù deve diventare il dinamismo spirituale attraverso il quale siamo continuamente aiutati a conoscerlo di più. Conoscerlo diventa così la fatica e il gaudio di ogni giorno. Siamo Responsabili, dunque amici. Esulta il nostro spirito sentendolo dire? O conosciamo anche noi la tentazione di qualificare tutto questo come “devozionismo”, come una pietà sentimentale?
Sappiamo assaporare tutta la grazia, la verità, la vita che è dentro questo mistero dell’essere chiamati “amici di Gesù”? Il rapporto di Gesù con i suoi Apostoli si caratterizza per il fatto che li chiama amici; così è per noi, nel nostro piccolo. La sua è una dichiarazione di amore gratuita. Siamo amati, e per questo amiamo.

 

 

 
 

 

 

 


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