PER UNA “SPIRITUALITÀ DELLA RISURREZIONE”
di Alberta e Roberto Ricci

Il Signore Gesù ci ha donato di vivere e propagare la Spiritualità della Risurrezione. Che cosa intendiamo con questa espressione? Quali sono i punti fondamentali acquisiti? Quali le domande che restano aperte e sulle quali lo Spirito Santo non mancherà di ammaestrarci?

L’unica Spiritualità cristiana e i suoi vari percorsi

Che cosa intendiamo innanzitutto con la parola “Spiritualità”? In senso più ampio è la sensibilità, l’attenzione per la dimensione mistica della vita umana, è il desiderio di entrare in contatto con il Trascendente, è il bisogno che l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo sente di Dio ed è insieme tutto il percorso, tutte le modalità che gli permettono in qualche modo di incontrarlo, in qualche misura di averne un’“esperienza”.
In senso cristiano, che è quello che ci riguarda, è l’adesione totale dello spirito umano allo Spirito di Dio! È l’immersione in Lui (come diciamo anche nel Seminario per l’effusione: vi ricordate?), ma un’immersione che ci modifica interiormente per sempre: che ci rende “simili” allo Spirito in cui siamo immersi e che ci fa muovere nello Spirito come nell’elemento, passatemi questo termine, più naturale, appagante e gioioso per noi: noi siamo fatti per questo “mare”!
Una volta, ascoltando una cronaca sui Mondiali di Nuoto, ho sentito che gli atleti più bravi venivano definiti come persone dotate di “acquaticità”: persone che con l’acqua hanno dimestichezza, che si muovono in essa con grande naturalezza, che sono “connaturate” all’acqua…
Ebbene noi siamo dotati non di acquaticità, ma di spiritualità.
Lo Spirito Santo è il nostro normale ambiente di vita! In Lui ci muoviamo, in Lui respiriamo, in Lui esistiamo.
Poiché la Spiritualità cristiana è questa immersione continua e costante di tutto il Popolo di Dio nello Spirito Santo, essa non può essere, originariamente e sostanzialmente, che una sola. Perché parliamo allora di differenti Spiritualità? Perché i Cristiani vivono nel tempo e nello spazio e allora, in epoche e contesti geografici e sociali differenti, la fedeltà a ciò che è essenziale nel Vangelo sarà vissuta necessariamente con mentalità e modalità differenti.
Ma i vari e specifici percorsi di santificazione, ossia le diverse Spiritualità, che nel corso della storia bimillenaria della Chiesa si sono succedute (ma anche affiancate, riprese, sovrapposte…), stanno a testimoniare proprio che la fede deve necessariamente “inculturarsi” in ogni contesto umano preciso, altrimenti verrà percepita come astratta o fuori del proprio tempo e perciò non sarà realmente accolta.
Ogni Spiritualità particolare, pertanto, permette che specifici valori cristiani fondamentali continuino a essere percepiti come vivi e vitali, proprio aiutandoli a “incarnarsi” in espressioni che rispecchiano varie zone ed epoche culturali.
E veniamo a noi, oggi. Noi, “oggi”, siamo chiamati a indicare all’uomo di “oggi”, percorsi, sentieri che siano praticabili “oggi”!
Perché l’uomo dei nostri tempi sente un acuto bisogno di Dio e cerca, anche inconsapevolmente, di tornare a Lui, però (a parte le strade dichiaratamente sbagliate: magia, percorsi filosofici di autorealizzazione, ecc.) ci sono anche itinerari cristiani che sono percepiti ormai come antichi, impraticabili per il nostro tempo, e che perciò vanno ripensati.
Noi siamo chiamati a vivere, prima di tutto, e poi a offrire percorsi attuali e attuabili. Percorsi che includano l’esperienza personale (perché Dio sia una persona “vissuta”, pur nel rispetto della sua trascendenza); che portino “prove” di natura storica ed esistenziale e non concetti puramente filosofici e speculativi; che tengano conto del cammino globale percorso dalla Chiesa tutta in questi anni del “dopo Concilio”, (il quale ha impresso alla Spiritualità cristiana in generale una forte evoluzione strutturale. Per cui noi oggi, ad esempio, non possiamo più identificare la perfezione cristiana con la “fuga dal mondo”, ma anzi siamo chiamati a “appassionarci” alla nostra propria attività quotidiana, nella convinzione che, così facendo, collaboriamo al “compimento del mondo in Cristo”!
E qui una prima domanda, che rivolgo a noi tutti. Noi, Cristiani battezzati, dobbiamo divenire occasione di risurrezione del mondo! Come?
Noi, per vivere una Spiritualità autentica, non possiamo annullare l’elemento umano, ma dobbiamo anzi promuoverlo. Non possiamo eliminare la funzione del corpo nel processo salvifico, ma dobbiamo anzi riscoprirne potenzialità e bellezza; e qui dovremmo aprire tutto un capitolo sulla “santità del corpo”, santità che noi possiamo vivere e propagare. Non possiamo rimandare l’evento della Salvezza solo nell’aldilà, ma dobbiamo anzi operare attivamente affinché la forza trasformante dello Spirito Santo sia libera di agire “ora”, nel mondo e nella storia.
Essere portatori di una precisa Spiritualità significa essere profeti che aiutano, con mezzi concreti, il Popolo di Dio a mettersi alla presenza del Dio vivente, per incontrarlo ed esserne trasformati.
E qui due elementi ancora, per comprendere che cosa sia e come possa sorgere una Spiritualità particolare: che può nascere da uno o più carismi, particolarmente spiccati, condivisi da più persone (in modo stabile, comunitario, appassionato, generoso) e che sono trasmessi (carismi e relative “istruzioni d’uso”) alle nuove generazioni che avanzano. La nostra Spiritualità, la Spiritualità della Comunità Gesù Risorto, coincide con questi carismi e con questa missione: essere annuncio e testimonianza della risurrezione gloriosa di Gesù nel mondo!

La Morte e Risurrezione di Gesù: un “unicum” nella storia

Ed eccoci allora a parlare della Morte e Risurrezione di Gesù, quindi della nostra morte e della nostra risurrezione. È solo la Risurrezione di Gesù il fatto unico, irripetuto, che distingue il Cristianesimo da ogni altro messaggio; e la Chiesa, ossia la comunione dei “seguaci del Risorto”, ha un solo scopo: persuadere la gente della Risurrezione di Gesù e aiutarla a entrare in questa Risurrezione!
Ora voi sapete che questo messaggio meraviglioso, “il” messaggio della Salvezza, è invece contestato aspramente dagli “scettici”, i quali parlano di un “mito” (cioè una favola) nato dalla fantasia dei discepoli, lievitato dal loro amore per il Maestro, guidato dall’istintiva repulsione che l’uomo prova contro la Morte.
Domanda: a queste contestazioni, talvolta aspre, che cosa sappiamo rispondere noi? Che cosa sappiamo testimoniare? La nostra testimonianza, sino a che punto è disposta ad arrivare?
Vediamo che i primi discepoli hanno espresso la loro fede nel Risorto con grande franchezza e anche con una grande ricchezza espressiva, ossia attraverso racconti, professioni di fede, predicazioni, formule catechetiche, preghiere liturgiche, che stanno a dimostrare come questa fede fosse al centro della loro vita, del loro essere Chiesa, e come, solo partendo da questa fede, essi rileggessero tutte le loro vicende e operassero tutte le loro scelte.
Vediamo inoltre come ricordassero Croce e Risurrezione sempre insieme, come due facce dello stesso evento. La Risurrezione “passa” necessariamente per la Morte; Gesù stesso aveva predetto che avrebbe “dovuto” molto soffrire… e poi risorgere, affinché anche noi attingessimo la consapevolezza che ciò rientra nella volontà di Dio, affinché comprendessimo che non è un cammino “qualsiasi” quello che conduce alla Risurrezione, ma è il cammino della Croce.
Questo noi dobbiamo stamparcelo nel cuore, perché vale anche per noi!
Dalle loro testimonianze sappiamo, soprattutto, che la Risurrezione di Gesù è un fatto vero, concreto, “toccato con mano”: Gesù non è vivo alla maniera di come il “ricordo” di un Maestro amato possa vivere nel cuore dei suoi… ma mangia e beve con loro; Tommaso può mettere la mano nel suo costato… Però, Gesù ha qualcosa di “unico”, perché non è tornato alla vita di “prima”, come Lazzaro: non è tornato “indietro”, ma è andato “avanti”!
Gesù è entrato in una dimensione nuova, di cui non abbiamo esperienza e per parlare della quale ci mancano i termini. Possiamo solo balbettare: «Gesù è entrato nella gloria del Padre!». E questo vuol dire che così sarà anche la nostra risurrezione: non sarà semplicemente rianimato il nostro cadavere, ma entreremo nella “Vita” trasformati, divinizzati!
La realtà storica della Risurrezione di Gesù ci apre a una speranza inaudita, grande e concreta: tutto di noi è chiamato alla Vita, cioè a vivere in eterno, e persino il Cosmo sarà ricapitolato in Cristo; speranza che affonda le sue radici in Dio, non nell’uomo!
Essa costituisce per noi il “primo criterio” con il quale valutare le situazioni e operare tutte le nostre scelte: perché quello che gli uomini hanno scartato, Dio lo ha scelto come “pietra angolare”; perché là dove le forze del Male sembrano prevalere, l’ultima parola è della Risurrezione; perché là dove sembra esserci solo angoscia e smarrimento, Gesù Risorto “rompe i sigilli” del libro dell’Apocalisse (ossia della Rivelazione) e ci dona di capire, nel suo Spirito, il senso ultimo delle cose; perché là dove il mondo è soffocato dalla vanità e dalla inconsistenza, ci permette di leggere tutto in “chiave pasquale” e allora, anche nelle contraddizioni e nelle sempre rinnovate morti terrene, ecco che l’amore di Dio non ci appare più contraddetto, ma ogni volta ci appare più luminoso di prima.
Chi crede nella Risurrezione sa che la Salvezza viene da Dio, ma anche il nostro piccolo contributo è decisivo; sa che la nostra libertà umana è rischiosa, ma anche che la storia è nelle mani dell’“Agnello di Dio”; sa che Dio già ha dato inizio alla nuova Creazione (operando, come nella Genesi, in mezzo al Caos tenebroso, che è il mondo del peccato), ma anche che in questa opera vuole avere bisogno dell’uomo, del Verbo fatto Uomo prima e ora del suo Corpo Mistico, che è la Chiesa.
Domanda: ci crediamo, noi, che avendo fede nella risurrezione (semplicemente avendo fede), a noi è dato di concorrere alla redenzione del mondo?
Il Cardinal Martini scrive che questo nostro tempo potrebbe essere visto come un “Sabato Santo della storia”, cioè il giorno che precede la “consapevolezza” della Risurrezione di Gesù; perché è vero che Gesù è già risorto, ma questa “meravigliosa notizia” molti la respingono completamente, altri l’accolgono fra diffidenze e paure e anche per coloro che credono il più delle volte non è “integrata” nell’esperienza quotidiana. E allora siamo noi che dobbiamo farci vicini ai nostri fratelli e aiutarli, aprendo la loro mente a comprendere le Scritture, aiutandoli, con la preghiera e con ogni mezzo spirituale, a sperare contro ogni disperazione, aiutandoli a credere che la Morte (il nostro ultimo “nemico”) alla fine sarà annientata, aiutandoli ad aspettare, con convinzione e ardore, il ritorno definitivo e glorioso di Gesù Risorto e la nostra entrata, definitiva e gloriosa, nella Vita eterna!
Ma, per fare questo, non dobbiamo aver timore di parlare, nello stesso momento e con altrettanta chiarezza, della Morte; alla quale faranno seguito il giudizio da parte di Dio e di conseguenza: l’inferno, il purgatorio, il paradiso, dei quali non si parla quasi più.
Domanda: siamo disposti ad essere questi “annunciatori”? Liberi da timori, vergogne, opportunismi… pienamente convinti, noi per primi, di quello che annunciamo?
I Santi, di tutte le epoche e latitudini, sono semplicemente coloro che si sono lasciati attrarre nello splendore della Risurrezione (“passando per la Croce”) e hanno permesso alla forza e alla bellezza della Risurrezione di effondersi dai loro cuori e di irradiarsi dai loro gesti.
Ora, come sappiamo, tutti noi siamo chiamati, in varia misura, a diventare santi, a lasciare che Gesù Risorto viva e operi in ciascuno di noi, a lasciare che questa “Presenza viva” ci trasformi e ci santifichi, a vivere questo incontro con Lui in ogni momento, senza sciupare nessuna occasione, impoverendoci di tutte le cose inutili, quelle che sono di intralcio, di impedimento, fino a non voler trattenere per noi nemmeno la nostra stessa vita.
Jacqueline diceva che la nostra vita con Gesù Risorto comporta un’ascetica semplicissima: è essere poveri, nel momento presente, per accogliere il Risorto e risorgere con Lui!
Vuol dire, ancora, che dobbiamo imparare a santificare l’attimo presente, cioè a fare di ogni attimo della nostra vita un’offerta al Signore e un’accoglienza di Lui.

La Spiritualità della Risurrezione affidata a noi

E siamo dunque, alla nostra specifica Spiritualità: alla Spiritualità della Risurrezione, che il Signore Gesù ci ha donato e comandato di testimoniare e di promuovere, nella Chiesa e nel mondo.
Vediamo che noi Cristiani, “se” parliamo di Gesù, parliamo quasi esclusivamente della sua nascita, della sua morte… cioè di quello che fa già parte della nostra esperienza umana: noi sappiamo che cosa vuol dire nascere o morire… Raramente parliamo della Risurrezione, e meno ancora la trasmettiamo; perché, mentre abbiamo i termini per parlare delle “nostre croci” e delle “nostre morti”, non ne abbiamo di altrettanto chiari per parlare delle “nostre risurrezioni”!
Ci mancano i termini, le parole, perché, prima ancora, ci manca spesso un’“esperienza” concreta, forte, dirompente. Ecco allora che noi, Comunità Gesù Risorto, siamo chiamati a creare un linguaggio “da risorti”, linguaggio che nasce dall’esperienza e che favorisce nuove esperienze.
Siamo chiamati a produrre “nuovi simboli”, nuove immagini, capaci di rendere visibile e comprensibile ai più la realtà sublime che cerchiamo di esprimere a parole.
La Spiritualità della Croce ha prodotto, ad esempio, un simbolo potentissimo: l’immagine del Crocifisso, che ora campeggia in ogni chiesa. La Spiritualità della Risurrezione come è chiamata ad esprimersi, ad esempio, anche nel campo dell’arte sacra e delle altre vie della comprensione immediata?
Anche se, lo sappiamo e non dobbiamo mai dimenticarlo, il “segno” più grande, quando si parla di una Spiritualità, sono gli uomini e le donne, in carne e ossa, che si lasciano trasformare dallo Spirito; e “segni” sono i carismi, che attestano che lo Spirito del Risorto è in noi e che, attraverso di noi, suo Corpo Mistico, vuole continuare a compiere i segni della Salvezza.
E allora dobbiamo domandarci: noi lasciamo davvero che lo Spirito del Risorto riempia la nostra vita? È sempre così? Ogni giorno?
E come ci abbandoniamo alla sua azione? Come ci lasciamo “utilizzare” da Lui? Siamo davvero fedeli allo “Spirito dell’effusione” (passatemi il termine), che abbiamo ricevuto, magari tanti anni fa…?

Perché, se noi non viviamo una Pentecoste personale continua, perennemente rinnovata, se noi non ci lasciamo immergere continuamente nello Spirito del Risorto, come potremo poi testimoniare la Risurrezione di Gesù e la nostra?
Se noi non abbiamo una consapevolezza assoluta (che ci viene data per grazia) che, riempiti del suo Spirito, siamo resi suo Corpo Mistico, come potremo poi “compiere le sue opere” e anche di “più grandi”? Cioè imporre le mani e vedere i malati che guariscono, gli oppressi che sono liberati, i poveri che accolgono la buona novella; come potremo vedere anche i miracoli?
Noi siamo mandati dal Risorto a trasformare la morte in vita! Lui “prima” ha vinto la Morte e “perciò” è Risorto; noi “prima” siamo risuscitati da Lui e con Lui e “perciò” siamo resi capaci di combattere e vincere le tante “morti” di cui ancora è disseminato il nostro cammino terreno. Perché per la “morte terrena, corporale” noi poi ci dovremo per forza passare (è una nascita, è un parto), ma ci sono tante occasioni di “morte spirituale” che dobbiamo combattere in noi e vincere, e poi andare dai fratelli per aiutarli a fare altrettanto.
E come facciamo per vincere queste situazioni di morte? Siano esse quell’ansia continua, quella paura… il rifiuto della vita, con la non accettazione di sé e il bisogno esasperato di continue “conferme”, il timore di sbagliare, esasperato sino al blocco, alla rinuncia, all’accidia spirituale, la dipendenza dal peccato, la vergogna, il sentirsi condannati e senza speranza, ecc.
Per poter vincere tutte queste situazioni nelle quali sperimentiamo la morte spirituale… bisogna “morire”! La morte si vince “morendo”. L’“uomo vecchio” che è in noi, quello impastato del peccato e della mentalità del mondo, se immerso nella luce e nell’amore di Gesù Risorto, muore del tutto! Lasciando il posto finalmente all’“uomo nuovo”, risorto, nel quale rispende la somiglianza con il Signore: così come è avvenuto per Saulo, che “muore nella luce” che gli è apparsa sulla Via di Damasco e risorge come Paolo, una persona completamente nuova.
Tutto questo vale per noi ed è anche il servizio più autentico che possiamo rendere ai nostri fratelli: aiutarli a entrare in questo mistero di morte dell’“uomo vecchio” e di risurrezione in Cristo.
Gli “strumenti” li conosciamo bene, sono: l’accoglienza, l’ascolto, il discernimento fraterno (discreto ma deciso), l’imposizione delle mani e la compassione divina (non la nostra umana, ma quella di Dio in noi), l’accompagnamento in un cammino di ritorno alla Chiesa (per usufruire di tutta grazia sacramentale, liturgica, biblica), la vita comunitaria concreta, nelle sue varie espressioni.
Le morti spirituali, lo sappiamo, vanno sconfitte ogni giorno: continuamente dobbiamo vigilare, affinché la Morte non torni ad avanzare le sue pretese su di noi.
Rileggendo i brani evangelici che narrano la Risurrezione di Gesù, sono stata colpita recentemente dalla presenza dei due Angeli, uno seduto dalla parte del capo e uno dalla parte dei piedi di dove era stato deposto il Signore, e nello spirito mi sono apparsi come due “guardiani”: come un “sigillo” apposto contro la Morte, non tanto perché Essa non pensi più di avanzare nuove pretese verso Chi l’ha sconfitta, ma perché noi non cedessimo alla tentazione di rientrare nel sepolcro per “riappropriarci” di qualcosa della Morte.
Sembrerebbe un assurdo ma, pur avendo fatto grosse esperienze di risurrezione personale, noi siamo tentati a volte di andarci come a riprendere “qualcosa” di quel luogo (di quella situazione, di quel trauma antico), dal quale la Vittoria del Signore in noi ci aveva scampato.
La nostra salvezza “continua” è “continuare” a scegliere Gesù, anche nei momenti bui e di conflitto, anche quando la tentazione maggiore è quella di tornare a lottare solo con le forze umane contro i nostri difetti e peccati, anche quando il sacrificio maggiore è quello di dover rinunciare alle nostre “buone ragioni” e difese umane. Anche quando capiamo che è arrivata la “nostra ora”, quella in cui dobbiamo accettare di essere, come Gesù, un agnello privo di aggressività e di astuzia, per lasciarci immolare, offrendoci a Dio Padre (prima di tutto), ma anche ai suoi figli (nostri fratelli): a tutte le persone che ci circondano, a tutti quegli ambienti nei quali siamo chiamati quotidianamente a vivere, così che attraverso la nostra “offerta”, unita naturalmente all’offerta di Gesù, anche loro possano trovare finalmente una strada per risorgere.
Ecco che allora, proprio attraverso questo nostro “sì”, a un processo di morte progressiva, connaturata con la nostra umanità, il Risorto è libero di sostituire un processo di guarigione progressiva; ai tanti attacchi che la Morte sferra, soprattutto in questa nostra epoca travagliata, ecco che il Risorto risponde con altrettanti tempi di risurrezione, che coinvolgono ambienti sempre più estesi e acquistano dimensioni sempre più comunitarie. Perché, quando sono più persone a offrirsi “insieme” al Risorto e a offrirgli insieme le proprie vite e la propria azione comune, ecco che la Risurrezione diventa un’esperienza comunitaria fortissima, capace di coinvolgere progressivamente un numero sempre più grande di fratelli e sorelle, capace di irradiare e trasfigurare il mondo… Il mondo può cambiare! Il mondo può entrare nella risurrezione di Gesù: se noi ci crediamo con fede, se accogliamo generosamente questa Spiritualità che ci è donata (il Risorto stesso ce l’ha donata), se, per questo compito sublime (che è dato a noi) siamo pronti a impegnare tutta la nostra vita.

I CARISMI E LA GIOIA

Allora poi non ci stupiremo nel vedere i “segni” della potenza del Risorto manifestarsi attraverso di noi. È un discorso meraviglioso questo, che però possiamo solo accennare. Magari sotto forma di alcune domande, alle quali ciascuno darà una risposta nel suo cuore.
La prima: è possibile pensare a una Spiritualità della Risurrezione che non contempli i “miracoli”?
Il Risorto che appare ai suoi entra a porte chiuse. Più tardi, in riva al lago, compie il segno della pesca miracolosa; con questo gesto “provoca” i discepoli a chiedersi chi sia quel personaggio misterioso sulla riva, suscita una risposta, un cammino di fede… cammino che Pietro fa a nuoto!
Il miracolo non è “un di più”, del quale poter fare a meno dunque, ma è un “segno privilegiato”, che fa parte integrante della rivelazione della messianicità di Gesù e che svela e anticipa il trionfo ultimo dello Spirito Santo, che verrà un giorno a rivestire i nostri corpi di incorruttibilità!
La seconda domanda è conseguente alla prima: ci può essere una autentica Spiritualità della Risurrezione senza il carisma della liberazione?
La presenza del Risorto in noi è già, per noi, “discernimento degli spiriti”: perché quelli immondi, alla sua presenza, fuggono.
L’avanzata del suo Regno comporta necessariamente che noi rinunciamo a Satana e al peccato e che aiutiamo gli altri a sottrarsi al suo dominio, anche esercitando l’autorità del nostro Battesimo; naturalmente ricordandoci, a ogni momento, che è per grazia che siamo salvati e che è Dio che combatte per noi, in noi.
Terza domanda: è possibile una Spiritualità della Risurrezione senza la gioia?
Siamo amati dal Signore! La sua volontà per noi è la nostra risurrezione! Siamo “gratificati” dalle sue manifestazioni carismatiche; essere “gratificati” significa proprio “ricevere una grazia”, e questo non può non produrre esultanza nel nostro cuore. Viviamo di una libertà interiore che è un antidoto formidabile a ogni inquietudine e angoscia. Siamo collaboratori del piano d’amore del Padre, sulla Creazione intera…!
L’effusione, che ci immette in tutto questo e ce lo rivela, che altro è se non un’esplosione di gioia?! Un Cristiano non è veramente tale se non è nella gioia, figuriamoci poi uno della Comunità Gesù Risorto: noi dobbiamo annunciare e vivere la santità della gioia!

LA DIMENSIONE COMUNITARIA

Il tema della dimensione comunitaria della nostra Spiritualità meriterebbe ben altro spazio, ma poiché qui non è possibile, vi invito caldamente a riprendere in mano i libri di Jacqueline Dupuy, soprattutto “Vita Carismatica” e “Il Carisma della Risurrezione”, dove ci sono le basi, i fondamenti, di quello che il Signore ha cominciato a farci vivere all’inizio del Rinnovamento Carismatico Cattolico e poi con la fondazione della Comunità Gesù Risorto; basi e fondamenti sui quali la Comunità è poi cresciuta e che ha continuato a elaborare.
È solo in una Comunità che noi, sotto l’azione dello Spirito Santo, possiamo “dare Dio” agli altri e “ricevere Dio” da loro!
La Comunità è il luogo dove poter portare (fisicamente proprio) gli ammalati, gli emarginati, i sofferenti di qualunque tipo di malattia o afflizione, sicuri che così sarà una Comunità a farsene carico e che è solo una Comunità che può vivere una dimensione permanente di Risurrezione. Questo non vuol dire che anch’essa non abbia i suoi tempi di prova, o che non sia chiamata a offrire a Dio i suoi fallimenti collettivi, quando ci sono; ma intanto c’è una promessa di Gesù, il quale ci assicura che, se siamo Chiesa, “le porte degli inferi non prevarranno” e poi, quando una intera Comunità riconsegna la sua povertà all’onnipotenza di Dio, ecco che aumenta la potenza dell’esplosione dello Spirito di Risurrezione, perché aumenta il numero delle persone in essa coinvolte.
La Comunità, perciò, non può essere una costruzione nostra; dobbiamo vigilare, affinché non lo diventi mai. Essa è dono del Signore Risorto; è un’unzione particolare che ci avvolge e ci riempie tutti, è la manifestazione tangibile del “carisma di unità” chiesto da Gesù al Padre per noi. È il lavoro uscito dalle mani del Vasaio, che ci ha impastati insieme, dandoci la forma che a Lui è piaciuta; è una creazione ininterrotta, una risurrezione continua. È, secondo un’intuizione carismatica di Jacqueline, “un’espressione dell’umanità risorta e glorificata di Gesù, il quale, attraverso di noi, trova un angolo sulla Terra nel quale potersi manifestare”!
Adesso, magari, trova anche più “angoli”, poiché la sua Comunità sta crescendo e si sta diffondendo nel mondo…
Noi siamo, dunque, una manifestazione della gloria di Gesù risorto!
Preghiamo, dunque, affinché cresca questa nostra consapevolezza e cresca l’impegno a lasciarci risorgere.
Affinché possiamo presentarci, ed esserlo realmente, come un autentico dono dello Spirito del Risorto, alla Chiesa e al Mondo.

A. e R. Ricci

Il Termine “Spiritualità”

Un Popolo di Risorti

L’Incarnazione di Gesù nella Comunità

Dal Libro “Il Carisma della Risurrezione”